
Ciò che è inanimato prende vita… E il gioco comincia!
Un gioco di scambi, uno scambio di ruoli…
Si inscena una storia di infamie, tradimenti e bassezze. Si inscena la meschinità umana più estrema. Eppure più autentica e grottescamente vicina alla realtà che persiste dal lontano passato fino ai nostri giorni.
Proprio dal lato meno nobile dell’animo umano nasce il personaggio di Padre Ubu, partorito nella sua forma definitiva da Alfred Jarry nel 1896. L’opera narra della brama di potere alimentata in Padre Ubu da Madre Ubu, la quale lo convince ad uccidere il re della Polonia Venceslao e tutta la sua corte per potersi impossessare della corona.
Apparentemente sembrerebbe trattarsi della più classica delle storie di tradimento e potere… Ed è proprio questo che è! Ma il linguaggio… Il linguaggio rivoluzionò tutto! Jarry ed il suo antieroe abbatterono il buon costume dell’epoca, ignorarono la “sensibilità” del pubblico, la pudicizia, il gusto già “collaudato” e spiazzarono la platea con l’immediatezza di dialoghi e parole estremamente vicini alla quotidianità.
Allo stesso tempo la vicinanza estrema al “popolo” veniva a sua volta stravolta dal surrealismo del testo, considerato punto di partenza per tutto il teatro contemporaneo, e accentuato grazie alla regia ed alle scenografie di Marco Panfili e Chiara Acaccia.
Il teatro dell’assurdo disegna i suoi contorni attraverso le parole di Jarry, le bambole umane che le mettono in scena, le immagini e suggestioni della scenografia, proiettando lo spettatore all’interno di un’ordinata confusione in cui Ubu Re si impossessa col suo spirito di ogni attore...
E declina se stesso in tutte le forme umane.
Perché in ogni forma umana esiste nell’ombra un piccolo...Ubu Re…
Lara Simonaitis - Staff Arte&Dintorni
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