“Allora, inizio…” L’incontro con Marcello Simonetti è sbrigativo e illuminante insieme, come la pioggia indorata da un fulmine che elettrizza l’aria rendendola amara. Non la sua voce, ma le mani, mani prodigiose, hanno la capacità di accogliere chi le vede rigirarsi su se stesse a plasmare l’aria riempiendo di segni e di volumi il vuoto apparente dello sguardo. Mani più simili agli occhi, che ritmano il tempo istante per istante e sembrano mettere in secondo piano la forte prensilità della loro stretta. Mani che rivelano la dimensione più intima e sacra dello scultore: quella legata alla morbidezza di chi non osa toccare se non per sfiorare ed accarezzare insieme, per insinuarsi candidamente tra pieghe di carne e riccioli scomposti. Mani che parlano, vedono e sentono, che avvertono pudiche l’essere nell’impalpabile istante della vibrazione, come nome che evoca ed anticipa la forma. “ Figurine leggere, così”. E’ questa la poetica dell’artista: la leggerezza. Nelle molte icone bronz...
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